In generale, conviene far mettere in posa i soggetti in modo che la foto venga il meglio possibile – sono tutti molto disponibili in tal senso. Vale la pena portare un po’ di regali, dato il livello di povertà dell’intera nazione. Caramelle, penne e quaderni quanto più si riesce a portarne, facendo attenzione a distribuirli sempre dal finestrino dell’auto, per non essere sopraffatti dalle orde di bimbi. Inoltre, partendo con abiti vecchi, che magari a casa non si utilizzano più, li si può indossare e poi regalarli, in modo da tornare col bagaglio praticamente vuoto; si faranno felici tantissime persone.
ADDISA ABEBA – LANGANO LAKE (GIO 11 AGO)
Cielo grigio e pioggia accompagnano la sveglia delle 6 del mattino ad Addis Abeba. Facciamo colazione con un buon caffè - surprise, ma mica tanto, visto che l’Etiopia è uno dei maggiori produttori – e conosciamo i 4 driver che ci porteranno a zonzo per 2 settimane, su 4 Toyota Land Cruiser. Io sono nella numero 4 e il mio driver si chiama YIOB, un ragazzone di 26 anni bello paffutello per gli standard Etiopi.
Addis Abeba la attraversiamo velocemente, puntando verso sud. Mi sembra la città Africana perfetta: l’asfalto si alterna allo sterrato, la baraccopoli al palazzo di vetro scintillante, bus stracolmi a minibus ancora più stracolmi. Piove e al passaggio di una carovana di 4 jeep le dita si allungano e i denti bianchi esplodono in quei sorrisi Africani che ti resteranno appiccicati come un marchio a fuoco, forse perché – secondo i nostri standard – ci sarebbe davvero poco da sorridere.
La città cede il passo rapidamente alla campagna e un fiume umano sembra comunque accontentarsi di una vita ai bordi del nastro d’asfalto. Al nostro passaggio, gruppi di bimbi iniziano a correre, impazziscono, gridano e accorrono. Ovunque è un incessante “YOU YOU YOU” e “FARANJI FARANJI (straniero)”, ad ogni sosta foreste di dita e braccia crescono all’istante al mio finestrino.
La prima tappa è una chiesa Ortodossa di rito Copto (come tutte quelle in Etiopia), scavata nella roccia; si trova a MELKA AWASH, ed è la chiesa più meridionale dell’Etiopia. A sud di questo punto troveremo solo moschee o culti animisti. La litania del pope diffusa al microfono da un tono solenne anche alla pioggerellina, riempie gli anfratti e le nicchie nella roccia, in cui i fedeli si rintanano in preghiera, con un vangelo tra le mani.
Un’altra ora d’auto ci separa da TYIA, dove vediamo le prime steli del viaggio. Non si tratta di steli monumentali come quelle di Axum, ed il sito è davvero piccolo, tuttavia il custode-guida parla un Inglese letterario e lento, che riesce anche a catturare l’attenzione; sembra preparato e ogni tanto butta lì una parolina d’Italiano o Spagnolo.
Sosta per il pranzo a BUTAJIRA, dove facciamo conoscenza col piatto nazionale – nonché unico piatto e piatto unico di una nazione che in cucina non sembra dare il meglio di sè. Si tratta di una piadona ottenuta col TEF, un cereale indigeno, dalla consistenza spugnosa ed elastica e dal sapore leggermente acido. Sulla piada si mette il companatico: lenticchie speziate, patate al berbere, cavolo, rapa rossa, altre verdure, riso e vai con la fantasia. Si rompe un pezzetto di piada e lo si usa per raccogliere il companatico; niente posate e neanche fazzolettini. A fine viaggio avremo imparato a finire il pranzo con dita linde. Scopriremo inoltre che il nostro lascito coloniale è soprattutto nel menù. Oltre all’Injera, al riso con le verdure e alle omelettes, gran piatti di MACCARONI e SPAGHETTI rigorosamente scotti e con sughi mostruosi.
Si guida – e tanto – nella Rift Valley; ogni tanto ci si ferma per una foto, di quelle che serviranno a ricordarti che sei stato in Africa e hai visto pianure infinite, montagne maestose e cieli che non pensavi esistessero. Si fotografa il lago ZIWAY al tramonto, col suo spettacolo di Pellicani e Marabù che sono lì in attesa delle viscere dei pesci lasciate loro dai pescatori, oramai completamente ammansiti ed addomesticati a questo rito del lancio degli avanzi.
Arriviamo alla nostra prima tappa, sul lago LANGANO, presso il VINNIE LODGE, che ancora mancano 20km di sterrato e guadi (eh si, ieri è piovuto tanto) e l’attraversamento di un ponte fatto con un container, per il quale dovremo smontare il bagaglio sul tettuccio della jeep. Il Lodge è fantastico, tanti bungalow tra la jungla, in riva al lago ed un ristorante-tettoia arredato in stile safari; pazienza se la cena sarà dimenticabile. Il sottofondo di rumori della foresta e la stellata non li dimenticheremo.
LANGANO LAKE – YABELO (VEN 12 AGO)
Si sa che in Africa non sempre ci sono luci a disposizione e che bisogna “spremere” ogni minuto di luce, per cui la sveglia alle 6 non mi coglie impreparato. Arriviamo ad AWASA per il mercato del pesce e nel parcheggio già siamo circondati. Fortunatamente abbiamo biro, t-shirt e caramelle, ma sarà dura comunque farsi largo nella selva di bambini. Il mercato è un capannone a ridosso della riva dove i pescatori scaricano i pesci d’acqua dolce – noi abbiamo adocchiato un solo tipo di pesce, la Tulapia. In un angolo l’asta, la contrattazione, decisamente animata. A terra montagne di pesce vengono puliti e sfilettati con quattro rapidi gesti dai più esperti; un bimbo per ogni banchetto provvederà poi a spellare il pesce con i denti. Sui banchi si appostano i meno esperti, quelli che hanno bisogno anche di dieci minuti per sfilettare un pesce – contro i venti secondi dei più esperti. Gli avanzi vengono raccolti dai bimbi acchiappa-turisti; lanceranno infatti agli uccelli i resti. L’obiettivo di qualche turista incrocerà la traiettoria e dovrà scucire qualche Birr (1 Birr = 0,04 EUR).
Il piccolo sito di steli di TUTU UFELA richiede impegno, soprattutto ai driver. Uno dei nostri quasi cappotta, finendo con una ruota in un canalone e dovendo ricorrere all’argano della nostra jeep. Non interveniamo, ma i nostri bravissimi driver risolvono in meno di mezz’ora. Nel villaggio siamo le star: chiunque fosse in qualche faccenda affaccendato, la interrompe e si unisce al codazzo-corteo che ci segue sulla collinetta con le steli. Si tratta di steli ancora meno imponenti delle precedenti, tutte di forma fallica; molto probabilmente si trattava di guerrieri.
Sulla strada per YABELO, lunga, infinitamente lunga e dritta, sembra che l’intera Etiopia si sia riversata a vivere ai bordi delle strade. E’ praticamente impossibile fermarsi in un luogo solitario, neanche sugli altipiani semi-desertici che precedono le montagne boscose e sembra quasi che i bimbi, in questo paese, crescano spontanei, come la vegetazione circostante. YABELO è poco più di 2 strade in croce. Il YABELO MOTEL – presso la stazione di servizio della Total – ha stanze nuovissime e pulite. Bar e ristorante pullulano di turisti - alla fine, saremo sempre gli stessi 30/35 a re-incontrarci in ogni luogo - ha la televisione ed una cucina pessima.
YABELO - KONSO (SAB 13 AGO)
YABELO è lo snodo verso ovest, verso la bassa valle dell’OMO, ma prima conviene continuare verso sud, sul nastro d’asfalto che fende la montagna, lungo gli altipiani; potrebbe sembrare infinito, ma improvvisamente lascia il passo a 20km di sterrato. Se non fosse per la piccola moschea costruita sul bordo del cratere, le jeep potrebbero finirci dentro. Improvvisamente si apre infatti un cratere, con un dislivello di 400m. Siamo a EL SOD e sul fondo del cratere che sembra disegnato da un bimbo, tanto è perfettamente conico - un grosso occhio nero sul fondo, un lago salato che funge da miniera di sale. Difficile tenere a bada l’entusiasmo dei bimbi, ma un guard-man armato di frustino ce li tiene a debita distanza nel timore che andassimo via senza pagare il biglietto d’ingresso.
Iniziamo la discesa da veri ardimentosi, incuranti del caldo che, come un girone dantesco, aumenta ad ogni curva. Qui, come nel resto dell’Etiopia, tutti smetteranno di fare ciò che stavano facendo, in presenza dei faranji, ma solo per riprendere a farlo dietro pagamento; saranno lunghe ed animate le contrattazioni per vedere 3 operai che si tufferanno nel lago per raccogliere il fango salato sul fondo o qualche bel cristallone di sale fuori dalle acque. Almeno, alla fine, non potranno sottrarsi alla foto-ricordo di rito. Iniziamo la risalita incrociando gli operai che scendono nel cratere per tornare al lavoro; c’è la possibilità di risalire a dorso di mulo, ma il proprietario non fa 1 Birr di sconto. Capiremo dopo il perché, circa 1,5h dopo, quando arriveremo stremati alla piccola moschea in cima, completamente disidratati e impolverati. NON SOTTOVALUTARE. Un improvvido compagno tira fuori dallo zaino alcuni giochi … ed è ressa di bambini … troppa … alcuni prendono qualche scudisciata di troppa da guardman e partono i pianti … ma l’errore è stato nostro.
Sulla strada di ritorno verso Yabelo, abbiamo il tempo per fermarci, nei dintorni di DUBLOCK, ad ammirare uno dei POZZI CHE CANTANO. Si tratta di pozzi posti alla fine di una rampa in discesa di 30/40m, dove le mucche accedono per bere. Nel fondo del pozzo, fino all’abbeveratoio, si forma una catena umana per il passaggio dei secchi, con gli uomini che intonano una litania, da cui il nome. Anche qui lo spettacolo viene allestito ad uso e consumo dei turisti, per cui prima contrattiamo il prezzo.
Tornati al Yabelo Motel per un pranzo decisamente migliore della cena della sera precedente, proseguiamo poi per KONSO. Saranno 4 ore di sterrato e di distribuzione di caramelle, ma saremo ripagati dal bellissimo KONSO HOTEL, in alto, terrazza con un sicomoro gigante che domina la valle sottostante e camere in stile capanna locale – forse un po’ Valtur – gestito da un Etio-Svizzero con baffetti alla Hitler. Ottima la cena, ma ancor di più la luna piena che illumina a giorno anche dopo le 22, quando la corrente va via.
KONSO Etnia KONSO – TURMI (DOM 14 AGO)
Se non ci avessero detto che avremmo visitato un villaggio dell’etnia KONSO, forse non ce ne saremmo accorti. Al di là dell’architettura del villaggio, della sua urbanistica, l’etnia dei KONSO non ha segni distintivi sul corpo o nell’abbigliamento. Nel villaggio di GESERGIO si scatena nuovamente l’isteria collettiva di donne e bambini per la visita dei faranji, ed è tutto uno spingere, un chiedere, un pizzicottare per una foto che si dovrà pagare 2 birr. E’ molto carina e originale la disposizione dei villaggi conso, con “stradine” ricavate tra le diverse proprietà e bordate da palizzate di legno che lasciano intravedere capanne, cortili, capre. Nella piazza principale, oltre la stele del notabile di turno ci sono anche le pietre matrimoniali, ovvero delle sfere di roccia che la coppia di sposi dovrà sollevare per dimostrare di essere pronti al matrimonio. Ai bordi del villaggio ci sono anche le formazioni orografiche note come NEWYORK, ovvero dei pinnacoli di argilla altissimi, nati per erosione di acqua e vento; non male, ma andrebbero visti al tramonto per avere la luce migliore, mentre noi siamo all’alba ed è nuvoloso.
Finita la ressa presso il villaggio, scortati dalla guida, che è un simpatico professore sui 60 anni – fa lezione nei vari villaggi dei Konso – dirigiamo verso la residenza del RE DEI KONSO.
Prima di arrivarci visitiamo anche i totem dei suoi avi, in particolare quello di suo nonno e suo padre, nella boscaglia circostante il palazzo reale. Il re è un ingegnere di 45 anni che ha studiato ad Addis Abeba, che occupa una sorta di micro-villaggio personale, ovvero una quindicina di capanne, circondate da un muretto e con la tipica entrata bassa dei Konso – in modo che sia amici che nemici dovessero piegarsi in avanti entrando. C’è la capanna adibita a stanza da letto, quella per la cucina, il magazzino, ecc, con una “corte” di circa 10 persone. Il re dorme rigorosamente da solo, perché la moglie nel letto gli farebbe fare brutti sogni. Esperienza interessante.
La strada per TURMI è lunga e sterrata. Yiob, il nostro driver ci dice: “niente foto, altrimenti ci lanciano le pietre e rompono i finestrini”. OK capo!. Effettivamente, il paesaggio cambia e anche la fauna umana ai bordi delle strade. Siamo nel pieno dello stato delle SOUTHERN NATIONS, le tribù-nazioni che popolano la bassa valle del fiume OMO, il vero obiettivo del nostro viaggio. Corpi snelli, alti, affusolati, ornati di perline, capelli impastati con l’argilla e fucili a tracolla; donne che si sobbarcano taniche d’acqua e cataste di legname. Uomini col tipico bastone frustino e l’immancabile sgabellino che funge anche da cuscino.
Arriviamo all’EVANGADI LODGE che la luna sta sorgendo; ci hanno preparato una gran teglia di bucatini con pomodoro e cipolla crudi … e la fame è tanta, non si va per il sottile. Incontro Francesco e Carla, con cui avevo viaggiato in Cina; il mondo è davvero piccolo. Il loro tour volge al termine e le dritte su come trattare con le tribù sono molto ben accette.
TURMI – Etnia HAMER (LUN 15 AGO)
Sveglia all’alba in un caldo quasi soffocante; alle 7,30 siamo già al villaggio dell’etnia HAMER. Ci vengono incontro, ci stringono la mano. Sensazione di impaccio generale … sono vestiti di sole pelli, le donne ornate con perline e conchiglie ed i capelli impastati nell’argilla. La guida ci dice che c’è un prezzario ben preciso: 2 birr per ogni persona che viene fotografata. Un gruppo di 4 persone costa 4 birr. Ci siamo premuniti ed abbiamo cambiato i nostri soldi in tagli da 1 birr – sembra che abbiamo svaligiato una banca. Qualsiasi attività nel villaggio viene abbandonata e tutti accorrono nel piazzale dove siamo noi; chi si mette in posa e chi ti tira per il gomito per essere immortalato. Ben presto diventa quasi un incubo; il villaggio è molto bello, così come lo sono loro, ma la sensazione è davvero brutta, con una bella dose di aggressività per una mossa sbagliata o per una persona di troppo inclusa nella foto che non è stata pagata.
Alla fine la tecnica sarà quella di scegliere i soggetti da fotografare, separarli dal resto del gruppo e scattare un ritratto stile Album Figurine Panini. Non è esattamente il mio concetto di fotografia, ma o così o niente. Scatto si e no dieci foto.
Verso le 12 torniamo a Turmi per il mercato – i mercati iniziano tardi perché le popolazioni devono fare anche 20km a piedi con la mercanzia in groppa. Anche qui impossibile fotografare, però noto che senza la macchina fotografica sono tutti più tranquilli e l’aggressività lascia spazio a sorrisoni e a qualche tentativo di comunicazione – gli HAMER parlano una loro lingua che non è l’Amarico. Incontro perfino una ragazza che mi riconosce dalla visita al villaggio. Si chiama Kanki ed insiste per essere fotografata anche al mercato; acconsento e mollo 2 birr. Tornando a piedi verso l’Evangadi Lodge, ancora tanti uomini e donne Hamer che affluiscono verso il mercato. La macchina fotografica è nello zaino ed i sorrisi e le strette di mano sono tanti; riusciamo anche a dare una mano a pompare l’acqua dal pozzo.
Pranzettino con pizza e pennica dopo-pranzo fino alle 16, un gran lusso in questo lodge molto alla buona.
Il pomeriggio è dedicato alle danze Hamer; non senza malintesi con la guida locale – in Etiopia bisogna ingaggiare una guida locale ovunque – ci riportano al villaggio del mattino, che pare sia il più grande e più bello della zona. Siamo i primi ma subito arrivano tante jeep e re-incontriamo tanti turisti già incontrati a Yabelo. Le danze iniziano in sordina, con un piccolo gruppetto di uomini che iniziano a cantare e saltare, ma pian piano dalle capanne iniziano a sciamare le donne ben agghindate. La luce del tramonto è fantastica e possiamo scattare tutte le foto che vogliamo – sono incluse nel biglietto di 100 birr (4 EUR) che abbiamo pagato, fino all’applauso finale, poi scatta immediatamente la tariffazione. Incontro di nuovo Kanki e la sua amica Ali che si dimostrano molto socievoli e sorridenti. Chiediamo in giro del SALTO DEL TORO, la cerimonia di iniziazione all’età adulta, tipica di queste tribù, ma nessuno ne sa nulla; pare ce ne sia stata una due giorni fa … solita fortuna.
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